Crea sito
 

CANTIERE DELLA SINISTRA DEL VALDARNO

Federazione della Sinistra del Valdarno Aretino

24 gennaio
0Comments

Lavoro e welfare. Le proposte agghiaccianti del governo.

La «ridefinizione» della cig: un solo anno, poi arrangiatevi

Si affaccia anche il «contratto modellato sul ciclo di vita». Deregulation per eliminare ogni forma di patto collettivo Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi – dei senza lavoro perché le aziende chiudono – sostanzialmente se ne infischi. O peggio.

Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» – come si dice in gergo – di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all’impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l’applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.

Ma questa era anche l’unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali – cassa integrazione e mobilità – il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L’ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell’attività produttiva, può durare fino a un anno, con l’80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire – nella crisi – anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.

A seguire c’è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell’età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari – pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori – che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall’alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l’ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l’azienda chiude. Poi «si pensa» a «un’indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio… Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all’insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l’incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.

Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l’età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all’«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» – una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) – seguirebbe non l’attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l’«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.

Nell’insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» – il principio giuridico dell’egualianza di trattamento – e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l’art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.

Francesco Piccioni

tratto da “Il Manifesto”

24 gennaio 2012

PDF Free    Invia l'articolo in formato PDF a
21 gennaio
0Comments

Monti di guai (per gli italiani)

Il governo italiano guidato dall’ex consigliere economico della banca d’affari americana Goldman Sachs, Mario Monti, ha varato il nuovo decreto sulla crescita del nostro paese. Il decreto segue di poche settimane il primo decreto, battezzato “salva Italia,” che ha aumentato enormemente l’età pensionabile di cittadine e cittadini italiani insieme alle tasse per lavoratori dipendenti e pensionati.

Gli effetti sulla finanza pubblica, almeno per ora, sono scarsi e nulla fa prevedere una riduzione del debito. Il famigerato spread resta a livelli altissimi tanto che il paese è stato declassato da Standard & Poor’s alla serie B, in attesa di retrocedere ulteriormente, mentre milioni di famiglie italiane sono sempre più in difficoltà economiche.

Il governo italiano si allinea così ai diktat di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, che si ergono a portabandiera del salvataggio dell’Euro, moneta artificiale. In realtà entrambi si sono posti alla guida dell’Europa senza sapere bene da che parte andare, ma nello stesso tempo chiedono ai partner una feroce disciplina di bilancio e politiche fiscali comuni.

L’Italia ha bisogno ogni anno di circa 440 miliardi di Euro per rifinanziare il suo debito pubblico e, da quando è stato introdotto l’Euro, non ha più la sovranità monetaria. Bisogna trovare pertanto soldi, e molti, per finanziare il debito, mentre per altri stati anche più indebitati di noi, il debito pubblico non rappresenta un gran problema come il Giappone, gli Stati Uniti e il Regno Unito.

In un paese come l’Italia, che ha grandi patrimoni privati concentrati nelle mani del 10% della popolazione e un’evasione fiscale selvaggia, la logica avrebbe richiesto un pesante intervento nella direzione di tassare i patrimoni e introdurre un sistema fiscale che premi chi paga le tasse e punisca chi non paga. Ha prevalso la logica opposta: salvaguardare intoccati i patrimoni e i redditi elevati, fare qualche controllo “spettacolo” ai turisti di Cortina d’Ampezzo giusto per dare un po’ di fumo negli occhi ai cittadini onesti con il motto “Ora- si- fa- sul serio- con- gli -evasori, “ tassando invece a più non posso i lavoratori dipendenti e i pensionati con aumenti di IRPEF, IVA, accise, Canoni, ICI/IMU ecc.

Manovre inique sostenute con assoluta convinzione dalla maggioranza PD/PDL/UDC/FLI/API, a parte qualche ipocrita distinguo di facciata e qualche altrettanto finto “malpancismo” da sfoggiare nelle interviste TV.
Il governo ora ha licenziato un nuovo decreto finalizzato alla crescita del paese. Ma si tratta di un intervento di vera crescita? Pare proprio di no, perché non si accenna a una vera politica industriale per il paese e per l’innovazione tecnologica, che permetterebbe una vera competitività del sistema paese. Senza volere dilungarci troppo nel merito del provvedimento, possiamo evidenziare che la ratio sia quella di favorire le grandi imprese e le concentrazioni finanziarie, per dirla alla tedesca (lingua e cultura molto cara a Mario Monti) i cosiddetti “Konzern.” Giusto per fare un esempio: si vuol “liberalizzare” i taxi per permettere alle grandi imprese di gestire il servizio e assumere tassisti per qualche spicciolo e orari di lavoro lunghissimi. Si attaccano giornalai e farmacie affinché giornali e medicine vengano venduti dalla grande distribuzione per far aumentare i profitti, magari regalando giornali e aspirine a chi fa almeno 100 euro di spesa. Il tentativo è di favorire in ogni modo le imprese più grandi a scapito delle piccole. In questo contesto i lavoratori pagheranno (chi può permetterselo) qualche euro in meno per i taxi ma si troveranno sempre più precari e sotto ricatto padronale.
La logica del governo Monti è di pilotare l’Italia a una sorta di default controllato, salvando soltanto chi hanno interesse di salvare e abbandonare a se stesso e al proprio destino tutti gli altri. Una sorta di logica darwiniana pervade insomma questo governo commissariale tecnico-politico.

Intanto il paese sprofonda. Le famiglie patiscono difficoltà crescenti e il malumore della popolazione cresce sempre più. In Sicilia è partita la rivolta cosiddetta dei “forconi”, subito bollata in modo supponente come “mafiosa” e “di destra” da buona parte della politica, compresa quella di sinistra.
Noi crediamo che il malessere del paese sia reale e la Sicilia sia soltanto l’inizio di una grande fase di lotta e di protesta contro il neo-liberismo dilagante e che il compito storico dei comunisti non sia quello di bollare ed etichettare chi protesta, ma di capire e interpretarne le ragioni.

Questa crisi è frutto delle speculazioni dissennate di un capitalismo spregiudicato e cialtrone, che continua incontrastato nella sua azione e da tagli pesantissimi allo stato sociale. La sinistra deve stare ora molto attenta perché il paese rischia di scivolare sempre più verso destra. Da un lato ci sono i padroni sempre più arroganti, come la Fiat di Marchionne che esclude la Fiom dalle sue fabbriche con il silenzio connivente e compiaciuto dei partiti in parlamento, PD compreso. Ci sono grandi aziende che, in modo sempre più disinvolto, trasferiscono il personale, applicano sanzioni e provvedimenti disciplinari anche per motivi di scarsa rilevanza, con un sindacato sempre più accondiscendente. Tutti sintomi di un nuovo fascismo strisciante nel paese, che vuole cancellare a tutti i costi l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, rendendo schiavi lavoratrici e lavoratori dipendenti e cancellando di fatto i sindacati dai luoghi di lavoro e dalla storia.

Sindacati che, detto per inciso, con tre misere ore di sciopero generale di facciata hanno, di fatto, avallato la mega-stangata governativa ai lavoratori e lavoratrici e sono incapaci di riprendere una qualsiasi iniziativa di lotta per riportare l’età pensionabile a 40 anni di contributi.

Una sinistra incapace di interpretare i bisogni delle masse, che ora manifestano in Sicilia e che domani forse in tutta Italia, le lascerà preda delle destre fasciste. Il fascismo si è sempre storicamente posto come alternativa, almeno formale, al capitalismo e al comunismo. A parole si scagliava contro le “plutocrazie” e paternalisticamente praticava alcune politiche sociali, mentre in realtà era sostenuto proprio dai capitalisti che si servivano dei fascisti per reprimere le classi lavoratrici.

Ma in questo clima di odio verso la finanza speculativa e la forte necessità di uno stato sociale che aiuti le famiglie, la Sinistra, se non si sveglia, rischia di restare chiusa sempre più nell’angolo. I nostri dirigenti si dividono e si accapigliano sul fare o non fare alleanze con Sel, con IDV e persino con il PD, che non appartiene alla sinistra e che sostiene insieme al PDL il governo Monti. Somigliano un po’ al capitano della Costa Concordia che abbandona insieme agli ufficiali la nave che affonda saltando su una scialuppa di salvataggio. Una scialuppa che in politica serve soltanto a salvaguardare le poltrone. Invece lavoratrici e lavoratori hanno bisogno di un’altra sinistra. Non è più il tempo di dividerci in partiti, partitini, circoli, circolini, nicchie, centri sociali e piccoli club, è il momento di unire le forze e riprendere il nostro posto di avanguardia delle masse popolari. Allora viene spontaneo riprendere il grido del capitano di Livorno al capitano della Costa Concordia, rivolgendolo a tutti/e e soprattutto ai nostri dirigenti: “Salite a bordo ora! Fate presto, non c’è più tempo! C….!

Marco Del Pasqua

Word PDF    Invia l'articolo in formato PDF a
19 gennaio
0Comments

Riflessioni sulla truffa delle liberalizzazioni.

È bene non sottovalutare la “fase due” del governo dei banchieri, e del presidente, già battezzata Crescitalia. Siamo di fronte a un tentativo dagli esiti incerti, visto il precipitare della crisi globale che l’avvertimento via downgrading di Wall Street a Berlino sembra annunciare. Nondimeno esso indica un percorso che ha dietro di sé una logica ferrea.

Se la riduzione del debito pubblico scaricata sui soliti noti resta conditio sine qua non di ogni possibile exit strategy dalla crisi o anche solo di un suo tamponamento – per il rilancio del sistema è necessario reinvestire sul lavoro. Un peculiare reinvestimento che nel cuore dei “paesi avanzati” ripropone modalità dirette di espropriazione e proletarizzazione, una sorta di “accumulazione originaria” rinnovata da spalmare su uno spettro il più ampio possibile di attività umane già inserite nel circuito della merce ma non ancora del tutto o direttamente sussunte dal capitale finanziario. La finanza è economia “reale”, appunto.

La liberalizzazione della licenza dei taxisti – ma più in generale le misure contro edicolanti, benzinai, piccoli esercenti, ambulanti, le stesse “libere professioni” ecc. – cosa deve produrre infatti nelle intenzioni del governo? Due cose. Primo, un’espropriazione secca di reddito da liberare verso grande distribuzione, grandi studi professionali e finanziarie. Parte del salario “autoprodotto” dai padroncini che diventa profitto per nuove e vecchie corporations che possiedono il capitale utile a rastrellare licenze, concessioni e quant’altro. Secondo, deve produrre manodopera a costi nettamente inferiori di oggi eliminando garanzie e diritti anche ad ampie fasce di lavoro autonomo, conservandone magari l’”indipendenza” ma solo come paravento per lo scarico dei rischi sugli individui.

Costringere il 99% a vendersi a meno, a vendersi tutto: l’1% non conosce altro modo per rendere di nuovo interessante l’investimento produttivo ovvero la “crescita”. È un caso che tra le misure del governo ci sia di nuovo uno strisciante attacco all’articolo 18 della “casta” degli operai? Dopo pensionati e fruitori di prime case, le attenzioni sono davvero per tutti in attesa che si escogiti il modo di attingere direttamente ai risparmi da sacrificare sull’altare dello spread… E non è finita, il cuore del governo batte anche e soprattutto per il pacchetto di privatizzazioni dei servizi pubblici locali da trasformare in terreni di caccia per il profitto. Santa finanza!

Il brutto è che il governo lavorando su un terreno già ampiamente dissodato dal Berluska (vedi la campagna sui “fannulloni” del pubblico impiego) può ora raccogliere rivolgendo sobriamente l’indice contro i nuovi “privilegiati” tirandosi dietro, era scontato, non solo il centro-sinistra dell’integerrimo lider maximo Scalfari ma purtroppo anche parte del sentire comune del lavoro dipendente ridotto nelle vesti del “cliente” (ma se si spera in un calo di prezzi e tariffe dei servizi basta guardare a quanto di analogo già avvenuto all’estero) e comprensibilmente acido sul punto evasione fiscale. Le differenze tra settori e condizioni sono reali, corporativismi e professionalismi non scompaiono certo di colpo, ma il risultato è la classica guerra tra poveri resa ancor più aspra dalla percezione che siamo in caduta libera. Del resto, non insospettisce che alla campagna anti-evasione si siano convertiti in un battibaleno la Confindustria dalle mille elusioni, le banche delle grandi evasioni, il centro cattolico dei palazzinari, le facce da culo berlusconiane ecc. ecc.?! A pensar male…

La “lotta anti-evasione” di questo governo è per un verso uno specchietto per le allodole che punta a minare alla radice la possibilità di ogni politica di “alleanze” tra lavoro dipendente, precari e la massa crescente di lavoro autonomo di prima e di seconda generazione (ovviamente non si sta parlando di professionisti ricchi, faccendieri, consulenti ammanicati con la politica, palazzinari ecc.) che si muove spesso al limite della sopravvivenza, tra fidi bancari e assenza di ammortizzatori sociali, tra rancore individuale e però anche qualche segnale di disillusione verso il berlusconismo (sul leghismo il discorso è più complesso). Per altro verso, è nelle attuali disperate condizioni del capitalismo italico reale l’esigenza di tagliare un po’ le unghie ad una lumpenborghesia che per i poteri forti nazionali e internazionali è oramai una pesantissima palla al piede.

Ma il punto è che in ogni caso continuerà a pagare, e sempre più salato, chi sta in basso mentre qualunque recupero dovesse esserci andrà esclusivamente a salvare banche e grandi imprese. E allora se invece di cascare nella trappola iniziassimo finalmente una discussione seria e comune su welfare e beni comuni sottratti effettivamente al mercato e su come non pagare il conto alla finanza? Se invece di fissarci sulle differenze -minime oggi alla scala della finanza globale e soprattutto della messa a rischio del futuro per la stragrande maggioranza- cercassimo di creare ponti tra lavoratori tutti in un modo o nell’altro precarizzati?

All’immediato può sembrare ed è probabilmente irrealistico vedere… i comitati dell’acqua tra i lavoratori licenziati dei vagoni letto o Landini tra i taxisti e i precari a fare “tesseramento sociale” per la Fiom. Ma fino a qualche mese fa nessuno si aspettava che i Notav si occupassero di debito. Il governo a tutt’oggi ha consenso, inutile negarlo, ma un consenso basato sulla paura che paralizza, la paura della bancarotta, trasversale a tutti i ceti. Un consenso passivo, che oggi pare quasi obbligato, ma in una situazione che corre sul filo del rasoio e riserverà molte sorprese…

Nicola Casale e Raffaele Sciortino

tratto da www.infoaut.org

18 gennaio 2012

Word PDF    Invia l'articolo in formato PDF a
14 gennaio
0Comments

Il governo Monti sta facendo le stesse politiche del governo Berlusconi…

di Fausto Tenti

Inaccettabili e sbagliate.

La manovra è profondamente iniqua: la pagano per l’80% lavoratrici e lavoratori, pensionati, giovani, redditi medio-bassi. Si salvaguardano i grandi patrimoni e i grandi speculatori.

La manovra aggrava la crisi: colpendo i consumi popolari blocca ogni possibilità di ripresa economica e spinge il paese nella recessione.

La manovra non ferma la speculazione, come dimostra l’andamento dello spread. Perché la speculazione si contrasta modificando le politiche della BCE e non massacrando i diritti sociali.

Per questo va costruita l’opposizione a Monti. Per evitare che la nostra società diventi sempre più ingiusta e che l’Italia faccia la fine della Grecia: ridotta allo stremo dalle stesse ricette.

Per questo avanziamo proposte per un’altra politica, e vogliamo costruire mobilitazioni durature con le lavoratrici e i lavoratori, gli studenti, i sindacati che si battono per un’alternativa, i movimenti.

Per questo vogliamo costruire l’unità della sinistra: per dare forza alle ragioni del lavoro, dei diritti, della dignità delle persone, della democrazia e del futuro.

*********************

Una manovra iniqua.

E’ vergognoso l’intervento sulle pensioni
Si aboliscono le quote e le pensioni di anzianità. Non bastano più i 40 anni di anzianità contributiva: ci vorranno da subito 42 anni e 1 mese, ed ogni anno questi requisiti cresceranno ancora. Anche raggiungendo i nuovi requisiti, se si va in pensione prima dei 62 anni, la pensione viene tagliata. Peggiorano seccamente anche le norme per la pensione di vecchiaia. Ci si accanisce contro le donne che vedono aumentare da subito l’età pensionabile a 62 anni, per arrivare a 66 nel 2018. Crescerà ancora fino a 70 anni, poi, per donne e uomini. Si portano tutti al contributivo e si blocca la rivalutazione al costo della vita delle pensioni lorde sopra i 1405 euro, circa 1100 euro al netto.

Il tempo in cui si è costretti al lavoro crescerà da subito anche di 6 anni. Se nel frattempo si viene licenziati, con cosa vivranno le persone? Si spezzano i progetti di vita di chi ha già lavorato a lungo. Si tengono fuori i giovani dal mondo del lavoro.

Questo taglio che a regime varrà 20 miliardi, ha come sola giustificazione la scelta di fare cassa con le pensioni. E’ falso infatti che l’Italia spenda per le pensioni più del resto d’Europa: se si usano dati omogenei, togliendo dai conti le tasse altrove bassissime o inesistenti e il TFR, che valgono 4 punti di Pil, l’Italia è pienamente nella media. Nel 2009 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche al netto delle tasse, cioè quello che effettivamente esce dalle casse dello stato e va nelle tasche dei pensionati, è stato attivo per 27,6 miliardi! Ed il bilancio dell’Inps è in attivo ormai da anni. E’ vero invece che il sistema previdenziale è iniquo, perché gli attivi dei fondi dei lavoratori dipendenti e dei parasubordinati, coprono i passivi degli altri fondi, a partire da quelli dei dirigenti, su cui non c’è nessun intervento. Così accade che ci siano pensioni da 90.246 euro al mese, che prendono dall’INPS ogni 48 ore quanto un pensionato al minimo prende in un anno!

*********************

E’ iniquo l’intervento sulla casa

La rivalutazione degli estimi catastali unito all’imposta sulla casa colpirà pesantemente le famiglie italiane. Si colpisce nel mucchio senza salvaguardare la prima casa e tutelare i lavoratori e le fasce più deboli, con un intervento che pesa 11 miliardi di euro per ogni anno.

E’ inaccettabile la politica fiscale
La sovratassa sui capitali scudati è risibile: sono nuovamente salvaguardati quei capitali illeciti, frutto anche di attività criminose, che avevano beneficiato del trattamento di favore riservatogli da Berlusconi. Non c’è la patrimoniale a fronte di una situazione scandalosamente iniqua: nel nostro paese l’1% della popolazione, i ricchissimi, possiede lo stesso patrimonio immobiliare e finanziario del 60% degli italiani. Gli aumenti dell’accisa sui carburanti e dell’IVA, fanno lievitare i prezzi e colpiscono in maniera indifferenziata: dunque colpiscono di più chi ha di meno. Aumenta l’addizionale Irpef, tassa piatta e perciò iniqua.

Le risorse vanno tutte alle imprese
Le imprese sono le sole che ricevono consistenti benefici con sconti fiscali di 4 miliardi nel 2012, 6,7 miliardi nel 2013, 7,3 miliardi nel 2014. Questa misura viene giustificata in nome della crescita e dell’occupazione. Peccato che la continua riduzione del prelievo fiscale sulle imprese che c’è stata negli ultimi anni non abbia portato a nessuno di questi risultati, perchè il problema delle imprese italiane non è il fisco ma il pesante deficit di ricerca e innovazione.

*********************

Che aggrava la crisi.

La manovra del governo Monti si aggiunge a quelle del governo Berlusconi. Il totale delle tre manovre approvate nel 2011 varrà quasi 50 miliardi nel 2012, 76 nel 2013, 81 nel 2014. Sono cifre enormi. Colpendo i redditi medio bassi e i consumi popolari, non sono solo ingiuste, ma anche recessive, cioè aggravano la crisi. In questo modo il debito crescerà: perché si contrae l’economia e diminuiscono il Pil e le entrate fiscali. Ed infatti tutte le stime parlano di recessione per il 2012. Questo è tanto più grave in una situazione in cui il tasso di risparmio delle famiglie è diminuito dal 12% del Pil nel 2003 al 5% nel 2010. La recessione significherà nuova disoccupazione, in una situazione già gravissima con quasi un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi. Con la disoccupazione giovanile oltre il 30% e le possibilità di lavoro delle ragazze e dei ragazzi bloccate dall’intervento sulle pensioni.

*********************

E non ferma la speculazione.

In Italia dopo la caduta del governo Berlusconi si sono impedite le elezioni con la motivazione dell’emergenza, affermando che occorreva subito un nuovo governo per fermare la speculazione. Si sono fatti due errori: si è impedito il voto popolare su scelte e programmi e la speculazione non è stata affatto fermata. Perché per fermare la speculazione bisogna contrastare le grandi banche e le grandi finanziarie e non massacrare i lavoratori. Per fermare la speculazione è necessario che la Banca Centrale Europea, come fanno tutte le altre banche centrali, possa fare prestiti direttamente agli stati membri. La BCE invece presta soldi alle banche private al tasso dell’1%, ma non agli stati che sono costretti a finanziarsi sul mercato pagando interessi da usura. In Italia del 7%. Le banche lucrano, gli stati si indebitano, i lavoratori pagano. Del resto il debito è cresciuto in Europa per salvare le grandi finanziarie, a rischio per le operazioni speculative fatte. Se si vuole contrastare la speculazione va cambiata la politica della BCE, vanno tassate le transazioni finanziarie, va ricostruito un sistema creditizio pubblico che usi le risorse per finanziare l’economia e non per speculare. Monti in Europa si è schierato contro ogni modifica del ruolo della BCE. E si è schierato a favore dell’ Euro Austerity, cioè di quelle politiche secondo cui ogni anno il debito eccedente il 60% del Pil dovrebbe essere ridotto di un ventesimo. Per l’Italia significano avanzi di bilancio di 45 miliardi l’anno, per vent’anni. Sono politiche folli, che precipiterebbero l’Italia e l’Europa in una recessione senza precedenti, e distruggerebbero, con tagli feroci, ogni diritto sociale.

*********************

E il secondo tempo?

Il secondo tempo, che dovrebbe essere dedicato alla crescita e all’occupazione, obiettivi incompatibili con le politiche di Monti e l’Euro Austerity, è iniziato con un nuovo attacco all’articolo 18, quello che protegge i lavoratori dai licenziamenti ingiusti. Non solo l’articolo 18 non va toccato, ma va abrogato quell’articolo 8 con cui il governo Berlusconi ha reso possibile ogni deroga al contratto nazionale e ai diritti del lavoro, aiutando la Fiat ad espellere dalle fabbriche la Fiom. E va contrastata la precarietà, rimettendo in discussione la legge 30 e le 46 tipologie di rapporti di lavoro esistenti nel nostro paese. Così come sono necessarie politiche industriali pubbliche per creare posti di lavoro e riqualificare l’apparato produttivo. Ma di tutto questo non c’è traccia. Il governo sembra invece volere nuove privatizzazioni contro i 27 milioni di italiani che con il referendum hanno detto che l’acqua e i servizi locali sono beni comuni.

*********************

Un’alternativa è possibile.

1. Va contrastata la speculazione. La BCE deve acquistare direttamente i titoli di stato dei paesi europei. Ci vuole un polo pubblico del credito. Vanno tassate le transazioni finanziarie.

2. Va introdotta una patrimoniale progressiva a partire dall’1% sulle grandi ricchezze oltre gli 800.000 euro, in grado di produrre un gettito di 20 miliardi annui, e eliminata la tassazione sulla prima casa non di lusso. Il Vaticano deve pagare l’ICI sulle attività commerciali. Va portata al 15% la sovratassa sui capitali scudati, per un gettito di almeno 15 miliardi. Va eliminata l’addizionale Irpef e aumentata l’aliquota per i redditi sopra i 75.000 euro. Va fatto fino in fondo il contrasto all’evasione fiscale, stimata in 120 miliardi annui: il solo recupero del 15% è pari ai tagli a regime sulle pensioni.

3. Va posto un tetto a 5000 euro per le pensioni d’oro e per ogni cumulo di pensione. Vanno eliminate le norme inique sulle pensioni e garantita la pensione futura ai lavoratori precari.

4. Vanno tagliate le spese militari: dagli F35 che costano 17 miliardi alla missione in Afghanistan, agli organici di un esercito in cui i graduati sono più dei soldati semplici. Si possono recuperare 4 miliardi annui.

5. Vanno bloccate le grandi opere inutili e dannose come la Tav in Val Susa che costa 17 miliardi o il terzo valico della Milano Genova che ne costa 6.

6. Vanno tagliati i privilegi della politica, reperendo risorse per almeno 2 miliardi annui.

7. Va fatto un piano per il lavoro e l’ambiente, per la conoscenza e il welfare. Si possono creare almeno mezzo milione di posti di lavoro nel risparmio energetico e nelle fonti rinnovabili, nella mobilità sostenibile, nel riassetto del territorio. Dando risposte alle vertenze in corso a partire da Fincantieri e con l’obiettivo della piena e buona occupazione. Si può e si deve investire nuovamente nella scuola e nell’Università pubblica, nei servizi essenziali e nel sistema di welfare, a partire dall’istituzione del reddito sociale per i disoccupati.

8. Vanno ridati diritti al lavoro. Va contrastata la precarietà del lavoro e la legge 30. Va abrogato l’articolo 8 che distrugge il contratto e i diritti del lavoro. Va fatta una legge sulla democrazia sindacale contro l’inaccettabile espulsione dai luoghi di lavoro dei sindacati che difendono realmente i lavoratori, a partire dalla Fiom.

Costruiamo l’opposizione di sinistra al governo Monti!

PDF Free    Invia l'articolo in formato PDF a
12 gennaio
0Comments

Il massone Monti affonda anche i Referendum…

La vergognosa affermazione del Sottosegretario all’Economia Polillo, che ha definito il referendum dello scorso giugno un “mezzo imbroglio” (nella trasmissione Agorà di mercoledì mattina) è gravissima. Un vero e proprio insulto verso i 27 milioni di cittadini che hanno detto NO alle privatizzazioni, nel rispetto dei quali il Sottosegretario dovrebbe immediatamente dimettersi. L’imbroglio è quello che si apprestano a fare lorsignori…ma la Costituzione vale anche per un governo cosiddetto tecnico! Tale imbroglio, inoltre, è reso noto – anche – da un altro “pezzo forte” del governo, Catricalà, sottosegretario alla Presidenza, che martedì a Porta a Porta ha annunciato che la lenzuolata di liberalizzazioni/privatizzazioni riguarderà anche l’acqua, ma con “modifiche che non vadano contro il risultato referendario”: una vera ipocrisia. Il Governo Monti, piuttosto che affossare il voto democratico di giugno,
favorendo i soliti potentati economici, dovrebbe attuare i deliberati
referendari, espressione piena e democratica della volontà popolare.
Il PRC/FdS si opporrà con rabbia e con forza ai disegni di un governo che
non è espressione del voto del popolo italiano e che si arroga il
diritto di voler seppellire a colpi di decreto il voto di milioni di
persone in favore dell’acqua bene comune: non stupisce più nessuno, invece, il silenzio tombale del PD, completamente succube dei poteri forti.

Fausto Tenti
(Segretario Provinciale PRC/Federazione della Sinistra)

Word PDF    Invia l'articolo in formato PDF a
11 gennaio
0Comments

Monti, Marcegaglia e le “anomalie” italiane.

La presidente di Confindustria ha preparato un dossier al governo con cui vuol dimostrare che il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento per giusta causa è un’”anomalia tutta italiana.” A parte il fatto che la tesi è facilmente smontabile perché nella maggior parte dei paesi europei i licenziamenti sono molto più difficili che in Italia, vorremmo capire meglio le ragioni di tanto accanimento dei padroni verso i lavoratori. Vorremmo anche capire le ragioni per cui in Italia, caso unico in Europa, i padroni scelgono i sindacati che gli fanno comodo per siglare accordi ed escludono quelli che non gli fanno comodo. Non è un’anomalia questa?

L’Italia è un paese singolare sotto molti punti di vista, nel bene e nel male. Avevamo un sistema pensionistico tra i più solidi del mondo, che aveva certamente bisogno di correttivi per quanto riguarda le pensioni minime, ma che registrava un attivo di 27 miliardi annui per lo stato, e il primo provvedimento del governo Monti è stato quello del “miracolo economico” di aumentare l’età pensionabile, che sarà destinata a sfiorare presto i 70 anni, diminuendo le pensioni. L’età pensionabile degli italiani era già in linea con quella della media europea e ma hanno deciso di alzarla a livelli ben superiori a quelli europei, ma per Monti, Marcegaglia & C. non è un’anomalia. Eppure le imprese sono ben liete di sbarazzarsi dei lavoratori anziani. Sarà questo uno dei motivi per cancellare l’art.18?

Il premier, in una trasmissione televisiva della domenica, ha affermato che le pensioni “sono una delle maggiori voci di spesa dello stato.” Ora noi siamo comunisti e non economisti, né tantomeno professori della Bocconi ma grazie alla scuola pubblica sappiamo almeno leggere e scrivere e ci piace informarci, perciò è facile capire che il presidente del consiglio stia chiaramente nascondendo la verità agli italiani.

Il capo del governo è in cerca di riconoscimenti dall’Europa per “l’immenso lavoro svolto” (quale? ’aumento delle tasse? Ma per questo bastava un ragioniere, non un economista) e si lamenta che i mercati non abbassino i tassi d’interesse. Vuole rilanciare l’Italia e farla finalmente correre. Ci viene spontaneo domandarci cosa può pensare un finlandese, oppure un tedesco o un qualsiasi europeo, su che grande stimolo possa dare all’economia nazionale la vendita di aspirine al supermercato oppure qualche taxi in più nelle nostre città. Per quanto osannato in patria, e sostenuto da una maggioranza eterogenea nelle etichette quanto molto compatta nella sostanza, è difficile che questi grandi e lungimiranti provvedimenti economici per la crescita del paese ricevano una qualche considerazione degna di nota dall’Europa e dai mercati, soprattutto che dimostrino una reale efficacia. Infatti lo spread resta alto e il debito pubblico neppure minimamente scalfito.

Intanto si fa credere agli italiani che il paese lotta contro gli evasori (vedi Cortina), ma non si vuole introdurre la patrimoniale, né si vogliono stringere accordi con la Svizzera per tassare i capitali oltreconfine. Monti ha sostenuto che tassare i capitali in Svizzera sarebbe una sorta di scudo fiscale, noi invece, che ripetiamo non siamo economisti ma comunisti, riteniamo che proprio il non volerli tassare sia il vero scudo fiscale per chi ha rubato al popolo italiano. Eppure in molti paesi europei i patrimoni e le rendite sono tassati eccome. In Francia per esempio i patrimoni sono tassati da € 732.000 in su, praticamente quasi al livello del ceto medio, sommando il valore di una casa in città, dell’auto e di un po’ di risparmi. In Italia si spettacolarizzano i controlli fiscali a Cortina, che poi spesso finiscono a tarallucci e vino con lo stato, ma i patrimoni non si toccano; i redditi alti non si tassano (in Francia i redditi oltre € 47.932 pagano un imposta del 48,09%), e le rendite finanziare fanno allegri profitti con l’aliquota del 20%, in compenso le pensioni minime stanno poco sopra i 400 euro al mese. Ma per Monti, Confindustria, e la maggioranza PD/PDL/UDC/FLI/API questa non è un’anomalia.

Il governo vuole liberalizzare tutto, anche la gestione dell’acqua pubblica. Ma i professori della Bocconi hanno sentito parlare di referendum popolare? Certamente sì, ma business is business come dicono a Chicago. Che volete che sia un misero referendum i cui si esprimono 27 milioni di italiani a favore dell’acqua pubblica di fronte ai profitti delle multinazionali dell’acqua? Facciamo finta che non ci sia stato il referendum e facciamo pagare bollette dell’acqua salatissime per far aumentare i profitti privati con la gestione di un bene pubblico, tanto il PD è d’accordo, anche se si era espresso a favore del Sì nel referendum.

Ci viene spontaneo domandarci allora a chi giova allora questo governo che dice di fare tutto il possibile mentre mazzia soltanto i lavoratori onesti e regala miliardi di profitti ai privati. Non giova certo al cittadino medio. E’ ora che ci si cominci a render conto dell’imbroglio. Il compito tocca a noi, non saranno certo i partiti della maggioranza di governo a spiegarci la presa in giro, neppure i Vendola che piangono di nostalgia dinanzi alle foto scattate a Vasto l’estate scorsa. Tocca a noi, noi che siamo cancellati dai media, che siamo fuori dal parlamento, che siamo rimasti in pochi, ma che abbiamo l’orgoglio della nostra grande storia alle spalle, di essere sempre stati veramente a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, di aver combattuto il fascismo, il razzismo, la miseria. Noi siamo stati coloro che hanno contribuito a dare una costituzione democratica all’Italia, dopo la tragedia della guerra e della dittatura e che hanno difeso il paese dai rigurgiti fascisti e dal terrorismo.

Oggi abbiamo il compito di mantenere alta la voce della Sinistra, in un paese sempre più di destra e monocorde. E’ una sfida difficile, ma non la temiamo perché neppure il fascismo ci ha sconfitto e non ci piegheremo neppure di fronte al liberismo, perché finché c’è il conflitto di classe ci saranno i ricchi e i poveri, gli sfruttati e gli sfruttatori, i capitalisti e i proletari, che oggi si chiamano precari, immigrati, disoccupati; e a combattere per l’emancipazione ci saremo come sempre noi, i comunisti, un’anomalia.

PDF Download    Invia l'articolo in formato PDF a
10 gennaio
0Comments

Iniziativa sui rifiuti

LO SVILUPPO DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA PER UNA NUOVA GESTIONE DEL CICLO DEI RIFIUTI

Il punto della situazione e le proposte per il futuro

GIOVEDI’ 26 GENNAIO ORE 16-19,30
PALAZZO COMUNALE DI AREZZO – SALA GIOSTRA DEL SARACINO

Saluto di
Aurora Rossi – Consigliere Comunale Sinistra per Arezzo

Interventi:

Dati sulla produzione dei rifiuti, dal Piano Straordinario alla situazione attuale
Fausto TENTI – Federazione della Sinistra

Esperienze concrete nello sviluppo della raccolta differenziata
Alessio CIACCI – Assessore Comune di Capannori
Gianfranco MAZZOTTA – Assessore Comune di Incisa V.no

Le alternative all’incenerimento (T.M.B.) – La VIS nell’area di S. Zeno ed il Progetto LIFE +
Gianni MORI – Comitato Tutela Valdichiana
Roberto Romizi – (Presidente Nazionale ISDE-Medici per l’Ambiente)

Il ruolo dei lavoratori delle aziende di servizio nelle prospettive della gara per il ciclo dei rifiuti
Rappresentante sindacale

Il ruolo e le linee del Comune di Arezzo nella gestione integrata del ciclo dei rifiuti
Stefano GASPERINI – Assessore al ciclo rifiuti del Comune di Arezzo

DIBATTITO E CONCLUSIONI

Moderatore: Franco DRINGOLI – Assessore Comune di Arezzo

SINISTRA PER AREZZO FEDERAZIONE DELLA SINISTRA – AREZZO

PDF Free    Invia l'articolo in formato PDF a
09 gennaio
0Comments

L’articolo 18 sotto i tavoli?

di Fabrizio Casari- fonte altrenotizie.org

Sono cominciati ieri, con una riunione tra il ministro Fornero e la leader della Cgil, Susanna Camusso, gli incontri che il governo ha indetto con i sindacati per spiegare la cosiddetta “fase 2” della manovra economica. Proprio la Camusso, nei giorni scorsi, aveva chiesto che il confronto tra governo e sindacati fosse articolato su riunioni comuni, ma la ministra, come un Sacconi qualunque, ha rigettato la proposta. Cisl e Uil hanno fatto male a dirsi subito disponibili, ma non é una novità. La convocazione dei sindacati in incontri bilaterali, invece che collettivamente, evidenzia insieme una continuità con il governo precedente e un’ulteriore contraddizione tra parole ed atti del governo: mentre infatti Monti si affanna nel chiedere “rapidità” nelle consultazioni, la ministra indice riunioni molteplici invece di convocarne una sola.

Il tentativo del governo é palese: cercare, in incontri diversi, la divisione tra le sigle sindacali che possa incrinare la ritrovata unità. In questo senso il governo è conscio della tendenza di Cisl e Uil a piegarsi alle richieste governative, tanto per la tendenza al consociativismo governativo nelle politiche economiche, quanto per l’interesse di Cisl e Uil ad ogni manovra di ridisegno degli equilibri interni al mondo del lavoro, che supplisca con il canale privilegiato nella relazione con il governo alla prevalenza numerica della Cgil nella rappresentanza dei lavoratori. Non a caso gli accordi separati con il governo Berlusconi li hanno visti entusiastici aderenti.

E se la fase “cresci Italia” appare sempre più ignota, quasi come i piani d’investimento di Marchionne, gli obiettivi politici appaiono decisamente chiari: è l’abolizione dell’articolo 18 e il conseguente ridimensionamento dei sindacati sui luoghi di lavoro. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è ormai un’ossessione dei professori, incuranti tanto dell’assoluta inutilità della sua abolizione ai fini della modernizzazione del mercato del lavoro, quanto della ricostruzione di un’equilibrata relazione tra le forze sociali e della conseguente pace sociale. Elementi, questi ultimi, che anche dal punto di vista degli industriali sono imprescindibili per un progetto di riforma complessiva del sistema che non può che essere condiviso se vuole avere una minima percentuale di successo. Il delirio di onnipotenza che ha colto i professori del nulla sembra però prevalere.

Eppure l’abolizione dell’articolo 18 non apre il mercato del lavoro, non introduce elementi utili allo sviluppo. Non riequilibra la carenza di tutele tra occupati e disoccupati, tra impieghi fissi e precari, che attengono invece alla riformulazione del welfare. La libertà assoluta di licenziare non la chiede l’Europa, non lo chiede nemmeno Confindustria. Perché dunque accanirsi? Perché lo chiedono le banche, che si apprestano a varare un piano di licenziamenti che coinvolgerà decine di migliaia di persone solo nel corso del 2012. E non vogliono intralci nell’esecuzione del piano

Se la Cgil, al momento, sembra intenzionata a resistere, sarà il caso di vedere cosa succederà in casa PD, dove Bersani aveva solo pochi giorni orsono bocciato nettamente ogni tentativo di mettere mano alla norma che tutela i dipendenti delle imprese con più di 15 dipendenti da licenziamenti discriminatori.

Certo, nel PD le posizioni sono notoriamente diverse anche se si parla delle previsioni del tempo, ma Bersani dovrà decidere se ascoltare gli Ichino e i teo-dem, insieme ai veltroniani o se, invece, ascoltare il corpo del partito. Pensare di tacere o limitarsi ad eccepire educatamente, piuttosto che imporre un no secco e definitivo al tentativo governativo di colpire ulteriormente il mondo del lavoro, potrebbe determinare guai seri, molto più seri di quelli abitualmente oggetto delle diatribe interne.

Qui non si tratta di scegliere su quali poli costruire la prossima alleanza elettorale, ma di continuare a detenere il ruolo di leadership del centrosinistra. Vale la pena di rischiare per difendere un governo che è ormai, con tutta evidenza, incapace di formulare qualunque proposta di politica politica economica che lo distingua da quello precedente? O un governo di destra diventa accettabile in assenza di festini e volgarità?

Word PDF    Invia l'articolo in formato PDF a

Blogging Sites